Saverio Strati - La Calabria nell'anima

Il 16 agosto 1924, a Sant'Agata del Bianco, nasceva Saverio Strati. Oggi avrebbe compiuto 95 anni. Strati è stato un grande uomo e un immenso scrittore. Ha raccontato Calabria e calabresi. Scritto capolavori, vinto il Campiello, e anche pianto. Contadino e muratore. Calabrese affetto dal demone della narrazione, emigrante.

<Di lui ho scritto e raccontato. Su di lui ho riacceso i riflettori rinnegando l'oblio a cui gratuitamente l'Italia e la Calabria l'avevano condannato, riportandolo nella sua terra, dedicandogli premi e soprattutto libri. L'ho presentato ai giovani della sua (nostra) Calabria, con i suoi libri, nelle scuole, e forse l'ho reso anche felice. Buon compleanno maestro mio. >. (Pasquino Crupi)

Saverio Strati nasce a Sant’Agata del Bianco, in Calabria, il 16 agosto 1924. Muore invece a Scandicci, in Toscana, il 9 aprile 2014. Oggi sono cinque anni di assenza e di mancanza.

Poeta contadino, scrittore della gente. Due cuori nel petto: uno che dice va. E l’altro: che vai a fare?

Pubblica, nel ’54, il racconto La Regalia. Storia di uomini e di zappe. Zappe e pane. Racconto forte, immediato, in cui pare essere egli stesso il protagonista, tanto che in una lettera all’amico Carmelo Filocamo, il 25 marzo 1954, Saverio Strati, scrive:«Carmelo, vent’anni passati con la zappa nelle mani, la cazzuola e la falce, e le sofferenze, non si can­cellano così. E non sarà Firenze a cancellarle, né Roma né Messina. La nostra Calabria, i nostri contadini, i no­stri lavoratori, tutti gli uomini, di ogni grado, di ogni condizione, sono dentro di me. E parlo con essi per del­le ore, per delle settimane e me li porto dentro per anni e poi escono, con un parto doloroso... E quanti massari e massaie e pastori e pastore, e muratori e calzolai e ra­gazzi e ragazze scalzi e nudi sono dentro di me. E non li vado scovando con la zappetta, ma vengono essi e si offrono e mi dicono: – ed ora tocca a me. A me –. A momenti temo che finisca prima che possa dire tutto. Ma se vivrò ancora vent’anni, vedrai che cosa saprà fare lo zappatore della Regalìa». Nel 1956, edita da Mondadori, la sua prima raccolta di racconti con il titolo “La Marchesina”. A seguire: Premio Veillon con il romanzo Tibi e Tascia nel 1960; premio Sila con Il Nodo e Gente in viaggio, nel 1966; Premio Napoli con Noi Lazzaroni, nel 1972; Premio Campiello nel ’77 con Il Selvaggio di Santa Venere. Un’opera letteraria crescente e vasta, fino al 1991, quando a Strati viene gratuitamente dato il diritto all’oblio. L’editore di sempre (Mondadori), si rigiutadi pubblicare Melina. Raccolta di racconti che pubblicherà poi con Piero Manni nel 2015. La carriera di Saverio Strati incomincia una terribile discesa, fino a quando lasciato solo, senza neppure i libri, è costretto a chiedere il vitalizio riservato agli artisti per poter trascorrere dignitosamente gli ulti anni della sua vita, insieme alla oglie Hildegard Fleig.

Anagrammando il nome SAVERIO STRATI, che già in sé sembra avere tanto di romantico e suggestivo, il risultato che si ottiene è qualcosa di più romantico e trascendentale. “STAI RISERVATO”. Questo l’anagramma che Fra Diavolo (Carmelo Filocamo), compagno di studi e amico dello scrittore, coniò dall’analisi del suo nome. Ciò che Strati è sempre stato e consigliava di essere. All'interno del saggio SAVERIO STRATI non un meridionalista ma il Meridione in sé che parla, invece, uscito per i tipi Disoblio edizioni nel mese di agosto 2015, rimetto, con specifico intento, come risultato dell'anagramma, un più semplice e ridotto “STAI SERIO”.

Una forzatura voluta l'eliminazione di alcune lettere, per poter così ricalcare l'importanza del trattare SERIAMENTE la questione Strati. La SERIETA' dei suoi scritti, riconducendoli alle(nelle) scuole, tra i più giovani. Il SERIO concetto espresso finanche dal professore Pasquino Crupi, secondo il quale, “Narratori di questa pasta speciale [...].Dovrebbero essere custoditi in una nicchia, come i Santi.” Ho avuto la fortuna di conoscere Saverio Strati da ragazza. Venne a tenere una lezione nella mia scuola quando frequentavo ancora le elementari. Era la volta di Fiabe Calabresi e Lucane, scritte a quattro mani con il nostro comune amico, il prof. Luigi M. Lombardi satriani. Un incontro veloce. Uno appunto. Ché non si è mai più ripetuto. Un incontro tale a una passata di stagione, avrebbe detto mia madre. Abbondantemente madre, all’età di circa 30 anni, cercando tra gli scaffali di una libreria un buon libro da regalare a mio padre, ritrovo lo scrittore calabrese con il titolo di Tibi e Tascia. Un sussulto. Un lampo che mi coglie d’improvviso. Un ritrovamento spettacolare. Non avevo mai rimosso il nostro incontro, e in quel momento, più che mai, mi ritornava alla mente. Chiaro, nitido, come fosse la prima volta. Lessi poi, di Saverio Strati, in alcuni articoli di giornale, causa la condizione di indigenza in cui, quel grande scrittore, era costretto a vivere l’editore per il quale Strati scriveva, si era rifiutato di pubblicare i suoi scritti. «Io, Saverio Strati sono nato a Sant’Agata del Bianco il 16 agosto 1924. Finite le scuole elementari, avrei voluto continuare gli studi ma era impossibile, perché la famiglia era povera. Mio padre, muratore, non aveva un lavoro fisso e per sopravvivere coltivava la quota presa in affitto. Io mi dovetti piegare a lavorare da contadino e a seguire mio padre tutte le volte che aveva lavoro del suo mestiere. Piano piano imparai a la­vorare da muratore. A 18 anni lavoravo da mastro mu­ratore e percepivo quanto mio padre ma la passione di leggere e di sapere era forte. Nel 1945, a 21 anni, mi ri­volsi a mio zio d’America, fratello di mia madre, per un aiuto. Mi mandò subito dei soldi e la promessa di un aiuto mensile. Potei così andare a Catanzaro a preparar­mi da esterno, prendendo lezioni da bravi professori, alla maturità classica. Fui promosso nel 1949, dopo quattro anni di studio massacrante. Mi iscrissi all’uni­versità di Messina alla facoltà di Lettere e Filosofia. Leggere e scrivere era per me vivere. Nel ’50-’51 co­minciai a scrivere come un impazzito. Ho avuto la for­tuna di seguire le lezioni su Verga del grande critico let­terario Giacomo Debenedetti. Dopo due anni circa di conoscenza, gli diedi da leggere, con poca speranza di un giudizio positivo, i racconti de La Marchesina. Con mia sorpresa e gioia il professore ne fu affascinato. Tanto che egli stesso portò il dattiloscritto ad Alberto Mondadori della cui Casa Editrice curava Il Saggiatore. Il libro La Marchesinaebbe il premio opera prima Villa San Giovanni. Alla Marchesina seguì il primo romanzo La Teda, 1957; alla Teda seguì il romanzo Tibi e Tascia che ricevette a Losanna il premio internazionale Vail­lon, 1960. Ho sposato una ragazza svizzera e ho vissuto in quel paese per sei anni. Da questa esperienza è nato il romanzo Noi lazzaroni che affronta il grave tema del­l’emigrazione. Il romanzo vinse il Premio Napoli. Nel 1972 tornato in Italia la voglia di scrivere è aumentata. Ho scritto Il nodo, ho messo in ordine racconti, apparsi col titolo Gente in viaggio con i quali vinsi il premio Sila. Negli anni 1975-76 scrissi Il Selvaggio di Santa Venere per il quale vinsi il Supercampiello, nel 1977. A questo libro assai complesso seguirono altri romanzi e altri premi. Il romanzo I cari parenti ricevette il premio Città di Enna; La conca degli aranci vinse il premio Cirò; L’uomo in fondo al pozzo ebbe il premio città di Catanzaro e il premio città di Caserta. Nel 1991 la Mondadori rifiutò, non so perché, di pubblicare Melinagià in bozza e respinse l’ultimo mio romanzo Tutta una vita che è rimasto inedito. Con i premi di cui ho detto e la vendita dei libri avevo risparmiato del denaro che ho usato in questi anni di silenzio e di isolamento. Ora quel denaro è finito e io, insieme a mia moglie mi trovo in una grave situazione economica. Perciò chiedo che mi sia dato un aiuto tramite il Bacchelli, come è stato dato a tanti altri. Sono vecchio e stanco per il tanto la­voro. Sono sotto cura, per via della pressione alta. Esco raramente per via che le gambe a momenti mi danno se­gni di cedere. Nonostante questi guai porto avanti il mio diario cominciato nel 1956. Ho inediti, fra racconti e diario, per circa 5000 pagine. La mia residenza è a Scandicci. Saverio Strati Post Scriptum: Devo aggiungere che avendo editore alle spalle e libri da pubblicare e da ristampare, non mi sono preoccupato a organizzarmi per avere una pensio­ne, un’assistenza nella vecchiaia. Non ho, da anni, una collaborazione a giornali o a riviste. Perciò non ho nes­sun reddito e quindi è da tre anni che non faccio la di­chiarazione dei redditi. Faccio inoltre presente che alcu­ni dei miei romanzi sono tradotti in francese, in inglese, in tedesco, in bulgaro, e in slovacco e in spagnolo (Ar­gentina). Miei racconti sono apparsi in riviste cinesi e in antologie dedicate alla narrativa contemporanea italiana: in Germania, in Olanda, in Cecoslovacchia e in Cina». Scrissi a Saverio Strati più volte. Mai nessuna risposta. Ero arrivata tardi. La solitudine in cui l’avevano costretto i salotti letterari italiani e la sua stessa Calabria, l’aveva annullato dal resto del mondo. Reso diversamente uomo. Stranamente scrittore. Neppure più Saverio. Lo considerai come un martire tra gli scrittori. Troppi abbandoni che non meritava. Troppa umiliazione subita. Fino a che lessi, con profonda commozione, la disperazione di un uomo diventato scrittore di nome Saverio Strati, in quell’accorata lettera perché gli concedessero la Bacchelli, affinché gli fossero lievi gli ultimi anni della sua vita. Ma uno scrittore non lo si può far morire così. Non d’abbandono. Da autodidatta incominciai un’approfondita ricerca su Strati. L’identità. L’appartenenza. Le opere. I luoghi, le persone, le cose, il paese... Lessi i suoi libri con la stessa attenzione che da bambina riservavo alle favole. Intraprendendo un profondo studio sulla sua narrativa. Saverio Strati era l’ultimo autore vivente del 900 italiano. Mi innamorai di lui, tale e quale a una figlia che si innamora del padre; una nipote che si innamora del nonno. Le sue storie non erano fantasie. Le sue donne non erano solo storie. I suoi racconti non erano invenzioni. E le sue realtà erano racconti. La sua vita, le sue idee, i suoi libri mi hanno rapita. Si son presi il cuore. Di donna, di madre e pure di scrittrice. Smuovendo, con impeto e seduzione, la mia coscienza (di calabrese), facendo vivere e rivivere in me il senso vero dell’appartenenza che sempre mi aveva legata alla terra di mio padre. A Strati devo ridare una memoria. Me lo sono promessa. E nel cuore l’ho promesso anche a lui. Glielo deve la Calabria, della quale spesso e volentieri, con coraggio, mi faccio voce. Glielo deve la Toscana, dove ha vissuto oltre 50 anni di libri e di vita. L’Italia glielo deve, per averla raccontata in tante lingue del mondo. E l’editoria più di tanti altri, glielo deve. Se solo qualcuno mi avesse insegnato a conoscerlo nei modi e nei tempi adeguati come era giusto che fosse, Saverio Strati, il mio interesse per l’epopea stratiana, sono certa, sarebbe incominciato molto prima. Saverio Strati non è stato un meridionalista. Strati non ha difeso a spada tratta il Meridione quale luogo di appartenenza e provenienza. Non lo ha mai fatto per prese di coscienza, o partito preso. Saverio Strati in tutta la sua opera, si fa Meridione e come tale racconta i luoghi, le persone le cose, raccontandosi. La voce narrante che predomina nei suoi libri non è quella di un uomo cresciuto in Calabria; non è quella dello scrittore con vissuti e spaccati meridionali. La voce narrante nei libri di Saverio Strati è la voce del Meridione in persona. È la voce della gente reale, vissuta a Meridione, che chiede di essere ascoltata e raccontata. Gente che con il lavoro delle braccia, i sacrifici, i pianti, le partenze, gli stenti ossessi e anche la morte, ha sempre dato vita a un Meridione fatto di popoli umani. Una terra che ogni qualvolta ha voglia di essere raccontata, chiama. E Saverio Strati ha risposto sempre a tutte le chiamate della terra, facendosi egli stesso Meridione. E non per definizione. Egli, Meridione lo era. La sua opera letteraria lo è. La sua poetica contadina, lo è. I suoi libri non narrano di favole ghettizzate a Sud, ma bensì divengono custodie di storie vere in continuo viaggio verso i Sud del mondo. Un premio Campiello piovuto sul Sud come le stelle in una notte d’inverno. “So bene che il mio successo ha dato fastidio a molti letterati di potere.” – dice Strati in una sua intervista del settembre del 1977 concessa a Stefano Lanuzza – “Una vera beffa che, tramite il loro premio borghese, io abbia avuto il modo di farmi conoscere dal grande pubblico. I giudici del Campiello non avevano immaginato che il mio libro potesse vincere il premio: altrimenti non lo avrebbero ammesso nemmeno nella cinquina finalista. Ho visto il disappunto e la contrarietà dipingersi sul viso di tanti notabili del mondo letterario. Questo come puntuale conseguenza del paternalismo imbarazzato che può accompagnare il non poter fare a meno di met­tere nella rosa finale l’opera d’uno scrittore proletario del Sud, pubblicato da un grosso editore. Nessuno dei signori suddetti si è degnato, dopo l’assegnazione del premio, non dico di complimentarsi con me, ma anche solo di dichiarare la propria adesione al mio libro. Con divertimento, ho assistito al ridicolo mimetismo di gen­te che evitava di salutarmi per non compromettersi...” Strati ha sempre amato senza mezze misure, la sua terra. «La Calabria la porto dentro di me da sempre e fino a quando le forze me lo hanno consen­tito sono ritornato a vederla, a goderla. La Calabria dei suoi mari, del cielo che è sempre sopra di me, delle montagne. La Calabria degli emigranti come io sono stato, di tutti i lavoratori […]». Un amore incondizionato. Viscerale. Troppo inquieto ed esigente. In Calabria Strati ci è nato, e presuntuosamente, seppure è deceduto a Scandicci, in Calabria dico che Strati ci è anche morto. Non serve un luogo fisico, geograficamente stabilito in un certo angolo del mondo, per dire che si muore dove si nasce. Saverio Strati è morto altrove è vero, ma con la Calabria dentro al cuore. Risulta essere lui, uno di quei calabresi che pur andando via, dalla Calabria non è mia partito. Il rapporto che la Calabria stringe con Strati però, è un’altra cosa. È un rapporto difficile quello che la terra ha vissuto con lo scrittore. Riservato, schivo. Taciturno. Vicino e lontano insieme, presente e assente. Un rapporto di odio e di amore. Quasi selvaggio, che descrive Saverio Strati nei suoi viaggi di ritorno in Calabria, come il figlio non riconosciuto. Colui che assume sulle sue carni il volto dell’emigrante dimenticato. La Calabria infatti, non ha mai esultato per l’opera stratiana. Né mai gioito per i successi dello scrittore, non comprendendo che quelli vissuti da Strati erano invece i successi della Calabria stessa. Il riscatto di una terra che partiva dalla cultura, questo incarnava Saverio Strati. Ma l’oblio a cui è stato condannato, lo ha condotto a vivere la più alta soglia di solitudine che possa spettare a un uomo, di più a uno scrittore. Prima di morire, in piene facoltà mentali, Saverio Strati espresse fermamente la volontà di essere cremato e solo dopo diffondere la notizia della sua morte. Si condannava, Saverio Strati. Tanto da voler lasciare la terra in silenzio. Forse con lo stesso silenzio che aveva lasciato la Calabria, tanti anni addietro. Il silenzio della morte. L’eterno silenzio. Questa terra, oggi, credo abbia un profondo debito nei confronti dello scrittore santagatese. Riconosciamo almeno le sue opere. Riaccendiamo i riflettori sulla sua produzione letteraria. Quei libri che narrano niente altro che la nostra storia. Quella reale. La stessa che Strati ha vissuto sulla sua pelle e ha scritto con coraggio e sapienza, perché non venisse mai dimenticata. Ricordando al mondo che c’è gente che vive al Sud. E noi viviamo. C’è una Calabria ancora oggi, che è madre di tanti Tibi e di tante Tascia. Per ogni Tascia che resta c’è un Tibi che parte. Per ogni Tibi che parte, una Tascia resta. La dualità tra il restare a Sud pur avendo desiderio di partire e il partire dal Sud, pur avendo voglia di restare. C’è un’Italia che ha bisogno di ricondursi alle origini. E i libri di Saverio Strati sono una buona opportunità di rinascita. L’opportunità giusta per ricominciare a riprendersi se stessi partendo dall’appartenenza. A un giovanissimo italiano, che volesse iniziare a innamorarsi di Saverio Strati, e dell’abbondanza della sua opera, quale fonte di conoscenza e scrigno di memoria, consiglierei, prima, di soddisfare qualche piccola curiosità sullo scrittore, informandosi su quella che è stata la sua vita di uomo calabrese e calabrese emigrato. Ad un ragazzo delle scuole elementari consiglierei di leggere Il Natale in Calabria. Breve, conciso, definito. Per quanta dolcezza e tenera affettuosità contiene il Natale nella vita delle famiglie del Sud, così come viene narrato da Saverio Strati. Consiglierei invece a quest’età di farsi leggere da un padre o una madre, Tibi e Tascia. Per le conclusione, che giunti all’ultima pagina, entrambi trarrebbero allo stesso modo. Ad uno studente delle scuole medie, consiglierei I Cari Parenti. Un libro dove diviene protagonista nel bene, nel male e nella satira quotidiana, l’essenzialità della famiglia, quale luogo di vita e di memoria. Unica fonte di appartenenza alla quale attingere per continuare la vita che da questa stessa famiglia parte. Ad un giovane delle scuole superiori invece, suggerirei II Selvaggio di Santa Venere. Un libro forte, un premio Campiello, un eccesso di verità che Strati racconta con una saggezza e una tempra uniche. Un’opera scritta nel ’77 ma che oggi, nel 2015, risulta essere ancora il prodotto di una realtà tangibile ed esistente. Attuale. Una terra che inibisce. Una società che vuole adeguarsi a un sistema che però rende fragili soprattutto i giovani, irriconoscibili difronte a se stessi, i quali avvertono l’esigenza di un riscatto visto esclusivamente nella fuga da una terra che opprime. Una terra che però assieme ai padri, aspetta e spera. E ancora consiglierei La Teda, qualora si avesse desiderio di ascoltare, leggendo, i rumori dell’acqua, della fame e della miseria, che colpiscono un paese estremo come Terrarossa. Tutti libri che riportano con saggia semplicità alla quotidianità della vita vissuta. Una vita raccontata ieri che risulta essere pari e patti a quella di oggi. A tutti i giovani calabresi invece, un consiglio di vita, come scrittrice e come madre: “pretendete di conoscere voi stessi. La vostra storia. Valorizzate il senso dell’appartenenza. Difendete Il Sud. Il Nord. Il paese, difendete. E che questo non sia solo luogo ma stato d’animo. Fatevi lasciare dagli altri un futuro migliore e non date mai in prestito il vostro perché questi se ne servano tragicamente. Pretendete che vi si insegni tutto di voi. Che vi si faccia conoscere le vostre origini. I fatti e i misfatti delle vostra terra. Gli uomini e le donne. I luoghi. I libri. Gli scrittori. Saverio Strati. “- La lettura - diceva il maestro Michele - è un atto di coraggio. - Ricordate che leggendo sarete sempre un passo avanti agli altri - diceva. - I miei genitori non sanno leggere. Nessuno gli ha insegnato a leggere. Mio padre dice che la sua scuola è stata la terra. Non servono parole nella terra. Braccia servono. E duro lavoro. La lettura - dice - ti farà pure scienziato figliolo. Ma solo la terra ti renderà forte. Impara a lavorarla e capirai -. E io la lavoro la terra, signor maestro. Ma non mi accorgo di nulla. Ogni giorno dato alla terra, è una pagina di libro in meno. Un giorno senza storie è un giorno morto. Morto, capisce!? - La terra custodisce tesori quanto i libri, Leo. Continua a leggere. Insegna a tuo padre, nella terra, ciò che impari dai libri. Faglieli conoscere, i libri. Un giorno, vedrai, anche lui si accorgerà che i libri nascono tutti dalla terra. La stessa che lui omaggia e lavora. E quel giorno sarà orgoglioso di te, Leo. Di te che la sua terra, hai imparato come custodirla.”

Giusy Staropoli Calafati

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